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Scheda libro
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Mark Twain
La Vita e il processo a Giovanna D'Arco
Prezzo: € 18,00 Pagine: 640 - Formato 13.5x20.5 ISBN 13: 9788875075217 Note: Per la PRIMA VOLTA pubblicato anche in Italia Prima edizione: Maggio 2005
Titolo Fuori Catalogo - NON DISPONIBILE
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Pochi sanno che Mark Twain (Samuel Clemens) scrisse un’opera di primaria importanza su Giovanna d’Arco. Ancor meno persone sono a conoscenza del fatto che egli lo considerava non solo il suo lavoro più importante, ma anche il migliore. Passò dodici anni a condurre ricerche, e trascorse molti mesi in Francia svolgendo lavoro d’archivio, quindi fece parecchi tentativi finché sentì di avere finalmente tra le mani la storia che desiderava raccontare. Giunse a trarre le proprie conclusioni riguardo al posto occupato da Giovanna nella storia, unico per eccezionalità, soltanto dopo aver studiato nei dettagli i resoconti redatti da entrambe le parti in causa, i Francesi e gli Inglesi. Una biografia straordinariamente accurata della vita e della missione di Giovanna d’Arco raccontata da uno dei più famosi narratori della letteratura mondiale.
“Tra tutti i miei libri, Giovanna d’Arco è quello che preferisco, ed è anche il migliore; lo so con assoluta certezza. Oltretutto, mi ha dato sette volte più soddisfazione di quanto non sia accaduto per uno qualsiasi degli altri miei lavori; dodici anni per prepararlo, e due anni per scriverlo. Gli altri libri non avevano bisogno di preparazione, ed in effetti non ne hanno avuta.” —Mark Twain
“La conoscenza che Twain aveva della storia e del posto che Giovanna vi occupa, spiega il perché egli considerasse il suo libro Giovanna d’Arco valido quanto tutte le proprie altre opere messe assieme.” —Edward Wagonknecht Mark Twain: The Man and His Work
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Indice:
Introduzione, di Andrew Tadie 7 Ringraziamenti 21 Prefazione del traduttore 23 Una peculiarità della storia di Giovanna d’Arco 27 Ricordo personale di Giovanna D’Arco Sieur Louis de Conte 29 libro Primo: A Domremy 33 Capitolo I 34 Capitolo II 38 Capitolo III 56 Capitolo IV 67 Capitolo V 80 Capitolo VI 91 Capitolo VII 100 Capitolo VIII 110 Libro Secondo: A corte e sul campo 113 Capitolo I 114 Capitolo II 117 Capitolo III 126 Capitolo IV 135 Capitolo V 146 Capitolo VI 162 Capitolo VII 172 Capitolo VIII 181 Capitolo IX 192 Capitolo X 196 Capitolo XI 203 Capitolo XII 208 Capitolo XIII 217 Capitolo XIV 226 Capitolo XV 230 Capitolo XVI 242 Capitolo XVII 255 Capitolo XVIII 259 Capitolo XIX 266 Capitolo XX 270 Capitolo XXI 278 Capitolo XXII 285 Capitolo XXIII 295 Capitolo XXIV 306 Capitolo XXV 311 Capitolo XXVI 318 Capitolo XXVII 324 Capitolo XXVIII 334 Capitolo XXIX 338 Capitolo XXX 347 Capitolo XXXI 352 Capitolo XXXII 356 Capitolo XXXIII 358 Capitolo XXXIV 364 Capitolo XXXV 372 Capitolo XXXVI 385 Capitolo XXXVII 396 Capitolo XXXVIII 404 Capitolo XXXIX 411 Capitolo XL 420 Capitolo XLI 424 Terzo libro: Processo e martirio 433 Capitolo I 434 Capitolo II 440 Capitolo III 446 Capitolo IV 453 Capitolo V 457 Capitolo VI 463 Capitolo VIII 474 Capitolo VII 481 Capitolo IX 489 Capitolo X 503 Capitolo XI 509 Capitolo XII 516 Capitolo XIII 524 Capitolo XIV 535Capitolo XV 543 Capitolo XVI 548 Capitolo XVII 555 Capitolo XVIII 558 Capitolo XIX 562 Capitolo XX 568 Capitolo XXI 580 Capitolo XXII 584 Capitolo XXIII 592 Capitolo XXIV 600 Conclusione 607 Appendice: Santa Giovanna d’Arco, di Mark Twain 613
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Estratto:
CAPITOLO I IO, SIEUR LOUIS DE CONTE, sono nato a Neufchâteau, il 6 gennaio del 1410; ovvero, esattamente due anni prima che Giovanna d’Arco vedesse la luce a Domremy. Là, in quelle zone remote, era giunta la mia famiglia dopo la fuga dal distretto di Parigi, nei primi anni del secolo. In quanto a idee politiche, i miei erano Armagnacchi patrioti: essi parteggiavano per il nostro Re francese, nonostante fosse un pazzo e un incapace. La fazione dei Borgognoni, a favore degli Inglesi, li aveva derubati, e proprio per bene. Si erano portati via tutto, se si esclude il modesto titolo nobiliare di mio padre, e quando egli giunse a Neufchâteau, vi giunse in povertà e con lo spirito affranto. Ma l’atmosfera politica, lì, era del genere che a lui piaceva, e questo era già qualcosa. La regione in cui arrivò era relativamente tranquilla; si era lasciato alle spalle un luogo popolato da uomini simili a belve, da folli, da dèmoni, dove le carneficine erano un passatempo quotidiano, e nessuna vita umana poteva dirsi al sicuro, neppure per un solo istante. A Parigi, di notte, le strade venivano invase da bande di criminali che come furie saccheggiavano, bruciavano, uccidevano indisturbate, e niente e nessuno che le fermasse. Il sole sorgeva su edifici ridotti in macerie fumanti, e su corpi mutilati che giacevano qui, là, e più in là ancora lungo le strade, esattamente nella posizione in cui erano caduti, e che venivano poi spogliati dai ladri, gli empi spigolatori che seguivano a quegli assassini. Nessuno aveva il coraggio di radunare questi morti per la sepoltura; li si lasciava dov’erano a decomporre e a portare la peste. E la peste scoppiò. Le epidemie spazzavano via la gente come mosche, e i cadaveri venivano sepolti in segreto, di notte; questo perché i funerali pubblici non erano consentiti, per timore che il palesarsi della vastità degli effetti provocati dalla peste potesse avvilire il popolo e gettarlo nella disperazione. E infine giunse l’inverno, il più rigido che avesse colpito la Francia in cinquecento anni. Carestia, pestilenza, massacri, ghiaccio, neve: Parigi conobbe tutto questo in una sola volta. I morti giacevano ammassati lungo le strade, e alla luce del giorno i lupi entravano in città e li divoravano. Ah, la Francia era caduta in basso, così in basso! Per più di tre quarti di secolo, le zanne degli Inglesi erano rimaste conficcate nelle sue carni, e tanto atterrito era ormai il suo esercito a causa degli incessanti fallimenti e delle sconfitte, che si diceva, ed era un fatto riconosciuto, che la sola vista di un’armata inglese fosse sufficiente a metterne in fuga una francese. Quando avevo cinque anni, l’immane sciagura di Agincourt si abbatté sulla Francia; e sebbene il re degli Inglesi avesse fatto ritorno in patria per celebrare la propria gloria, il paese che si era lasciato alle spalle era ormai prostrato e preda dei Liberi Compagni, bande erranti al servizio del partito dei Borgognoni; una notte, una di queste bande irruppe a Neufchâteau, e alla luce delle fiamme che si sprigionavano dal nostro tetto ricoperto di paglia, vidi tutti coloro che mi erano più cari al mondo (fuorché mio fratello maggiore, vostro avo, rimasto al seguito della Corte) massacrati mentre imploravano pietà, e udii quei macellatori ridere alle loro preghiere e scimmiottare le loro suppliche. Io non fui visto, e riuscii a fuggire, illeso. Quando quei feroci individui se ne furono andati, strisciai fuori e piansi per tutta la notte, fissando le dimore in fiamme; ero rimasto solo, fatta eccezione per la compagnia dei morti e dei feriti, poiché coloro che erano scampati si erano dati alla fuga e avevano trovato un nascondiglio. Io fui mandato a Domremy, presso il parroco, la cui governante divenne per me una madre amorevole. Nel corso degli anni, il parroco m’insegnò a leggere e scrivere, e in tutto il villaggio lui e io eravamo gli unici a possedere quella conoscenza. All’epoca in cui la casa di questo buon pievano, Guillame Fronte, divenne anche la mia casa, avevo sei anni. Vivevamo vicino alla chiesa del villaggio, e il piccolo giardino dei genitori di Giovanna si trovava dietro la chiesa. Quanto a quella famiglia, c’erano Jacques d’Arc, il padre, e sua moglie Isabella Romée; tre figli: Jacques, di dieci anni, Pierre, di otto, e Jean, sette; Giovanna, di quattro, e la sorellina Catherine, di circa un anno. Fin da principio ebbi questi bambini come compagni di gioco. Oltre a essi, avevo anche altri amici, in particolare quattro ragazzi: Pierre Morel, Etienne Roze, Noël Rainguesson e Edmond Aubrey, il cui padre all’epoca era maire; inoltre, due bambine più o meno dell’età di Giovanna, che di lì a poco sarebbero divenute sue compagne predilette; una si chiamava Haumette, l’altra veniva detta Piccola Mengette. Queste bimbe erano semplici contadinelle, come la stessa Giovanna. Una volta divenute adulte, sia l’una che l’altra andarono in ispose a comuni manovali. Vedete, entrambe erano di origini assai modeste; e tuttavia, sarebbe venuto un tempo, molti anni più tardi, in cui non un solo straniero di passaggio, per quanto importante fosse, avrebbe mancato di recarsi a ossequiare le due anziani, umili donne che in gioventù erano state onorate dall’amicizia di Giovanna d’Arco. Tutti loro erano bambini per bene, nulla più di semplici contadini; certo, non dotati di particolare intelligenza - nessuno lo avrebbe preteso - ma socievoli e di buon cuore, obbedienti nei confronti dei genitori e del parroco; bambini che, crescendo, andavano man mano assimilando del tutto quella grettezza e quei pregiudizi che avevano acquisiti di seconda mano dai più anziani, e che adottavano senz’alcuna riserva, e senz’alcuna verifica, com’è ovvio che fosse. La religione che abbracciavano era quella che veniva loro tramandata, e lo stesso dicasi per la politica. Sebbene John Huss e quelli come lui avessero trovato da ridire sulla Chiesa, a Domremy questo fatto non intaccò la fede di alcuno; e quando avvenne lo scisma - io allora avevo quattordici anni - e avemmo tre Papi in una sola volta, nessuno a Domremy si preoccupò di come scegliere tra essi - il Papa di Roma era quello giusto, un Papa al di fuori di Roma non era affatto un Papa. Ogni persona al villaggio era un Armagnacco - un patriota - e noi fanciulli nulla al mondo odiavamo con rabbia se non la nomea di Inglesi e Borgognoni, e una società ordinata secondo i loro dettami. |
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