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HomePage > Antiche Conoscenze > Scheda libro

Mario Pincherle  
Paolo il falso
Discepolo di Gesù

Prezzo: € 10,50
Pagine: 112 - Formato 17x24
ISBN 13: 9788875072957
Prima edizione: Novembre 2000
Ultima edizione: 2a Ristampa - Marzo 2003

Titolo Fuori Catalogo - NON DISPONIBILE


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Grazie alle sue accurate ricerche e intuizioni, Mario Pincherle ricostruisce le vita disgraziata e il complotto che Paolo di Tarso, il futuro San Paolo, organizza per uccidere Stefano, il discepolo di Gesù impegnato a difendere e tramandare il suo autentico messaggio. Paolo, cittadino romano, dopo aver fatto lapidare Stefano, primo martire, manipola gli insegnamenti di Gesù per mantenere l’umanità in uno stato di paura, ignoranza e sottomissione.

Indice:
Presentazione

Introduzione



CAPITOLO I

La madre



CAPITOLO II

Il padre



CAPITOLO III

Stefano



CAPITOLO IV

Damasco



CAPITOLO V

Roma




Estratto:
«Stefano aggiunse:

– O duri di cervice e incirconcisi di cuore e di orecchi. Voi non avete capito nulla e, come sordi e stupidi furono i nostri padri ai tempi di Mosè, così sordi e stupidi siete voi, ora. E siete traditori e uccisori. La vera Legge, quella che gli angeli scrivono nel cuore degli uomini, la vera Legge non l’avete osservata.

Udendo queste parole tutti fremevano di rabbia e digrignavano i denti. Ma Stefano guardò in alto e disse:

– Ecco, vedo i cieli aperti e vedo Gesù seduto alla destra del Signore.

Allora tutti gridando si turarono le orecchie e si avventarono contro di lui. Trascinatolo fuori della città lo lapidarono. Molti avevano consegnato i loro mantelli a un giovane chiamato Saulo. Quando Stefano fu morto, coperto di pietre, Saulo disse:

– Sono contento. Hanno fatto bene a ucciderlo.



Il capitolo è finito? No. Il bello deve ancora venire. Quando, da ragazzo, io, autore di questo libro, lessi per la prima volta negli Atti degli Apostoli il capitolo che parla della lapidazione di Stefano, il “Protomartire”, sentii che la storia del “Paolo guardarobiere” non mi andava giù. Non lo vedevo nelle vesti di addetto alla sorveglianza dei mantelli dei lapidatori e distributore di contromarche. Lo vedevo, piuttosto, nelle vesti di guardiano, di carceriere.

Così mi è stato facile scoprire la verità: Paolo aveva parlato con Stefano!



I nemici di Stefano, dopo aver ottenuto la sua condanna a morte dal capo del Sinedrio, lo portano al carcere nel cui terreno vi è la piccola “valle delle lapidi”, il luogo delle esecuzioni. Ma il tempo gira veloce ed è Sabato! Vietato lapidare di Sabato.

Bisogna aspettare che il giorno sacro al riposo sia finito. Bisogna mettere Stefano ai ferri, in una cella. E così fanno, anzi, così fa il carceriere Saulo, coi suoi aiutanti. E qui comincia la vera storia.

È notte. La curiosità è molta. Il prigioniero dorme... Mi viene da dire... dorme nel braccio della morte.

No. Non dorme. Stefano aspetta Saulo. Aspetta che Saulo gli rivolga “quella domanda”. Così anticipa la domanda chiedendo:

– Vuoi sapere chi è Gesù? Dalla sua pienezza tutti noi abbiamo attinto.

– E cosa significa questa frase? – chiede Paolo.
– Significa che il pensiero di Gesù è tanto perfetto da uscire dal tempo. Gesù era in principio, è ora e sarà sempre.

Paolo chiede:

– L’hai conosciuto, l’hai toccato, sei stato sempre vicino a lui?

Stefano risponde:

– Gesù è Dio. Camminava accanto a noi ma riempiva il cielo. Mostrava debolezza umana ma la sua dimensione era l’eternità. Appariva povero, ma non si spogliava mai delle sue infinite ricchezze. Bisognoso di cibo e, qualche volta, affamato, non smetteva mai di nutrire l’universo. Lui era tutto. Era il Tutto e il Tutto era lui. Era fissato al legno coi chiodi, la croce lo sosteneva sanguinante, ma lui non smetteva mai di sostenere l’universo. Lui, solitario in terra, di sé riempiva il cielo. Si mostrava bambino ed era antico più del mondo!...

– Dici che è Dio? Quale Dio? il Dio degli Ebrei?
– Il Dio di tutti». [pag. 34-36]




«È stato inchiodato, ma non per il nostro riscatto. Ognuno deve riscattare se stesso. Il sacco dei peccati ognuno se lo deve trascinare sulle spalle e non può scaricarlo su nessuno, tantomeno sulle spalle di Dio. Gli uomini diventano Dio uno alla volta grazie al loro personale sacrificio, non al sacrificio di Gesù. Gesù indica solo la strada. Dobbiamo percorrerla noi, singolarmente. E io sono pronto a percorrere la mia, domani, e a ricevere sulla fronte anche il sasso che tu mi lancerai convinto di fare una cosa giusta». [pag. 39-40]




«Un discepolo chiese:

– Chi è più importante, Dio o la famiglia?

Gesù rispose:

– Chi non ama suo padre e sua madre è un cattivo discepolo. Ma chi non è pronto a lasciare suo padre e sua madre per seguire me è un cattivo discepolo.


Un altro discepolo chiese:

– Perché non facciamo una bella pulizia nel mondo, togliendo di mezzo tutti i cattivi?

Gesù rispose:

– C’era una volta un uomo che possedeva tonnellate di buoni semi di grano. Venne di notte il suo nemico e mescolò tra i buoni semi molta zizzania.

Allora quell’uomo disse: «Attenti! Non toccate né i semi né la zizzania. Non togliete ora la zizzania perché molto buon grano andrebbe perduto insieme a essa. Ma verrà il tempo della mietitura e la zizzania non potrà più confondersi col grano buono e allora la si butterà da parte per bruciarla». [pag. 50]




«E ora devo dirti una cosa, caro Paolo, una cosa che ti meraviglierà. Gesù più di una volta mi ha parlato di te. Sai già che ti ha chiamato il fariseo che scrive bene. Ha detto:

– Il fariseo che scrive bene è proprio un cane. Un cane che è saltato nella mangiatoia dei buoi e vi sta sempre a dormire. Così non può mangiare e non lascia mangiare gli altri!». [pag. 56]




«Bisognava far credere alla gente che l’uomo è buono come la luce e la donna cattiva come la tenebra. L’uomo lo crea Dio, la donna nasce da una costola dell’uomo. Mosè scrisse:

– Dio ha detto alla donna: «Moltiplicherò i tuoi travagli».

E ha detto all’uomo:

– Maledetta sia la terra per causa tua perché tu hai dato retta alla donna...

E la donna che prima, come tutti gli animali, aveva sempre partorito in piedi aiutata dal “peso che spinge il bambino verso l’uscita”, disimparò l’antichissimo modo giusto e funzionante e imparò un nuovo modo di partorire, completamente errato e, che portava ad atroci sofferenze (spingendo verso la schiena della madre il bambino). Da allora ogni donna partorì quasi sdraiata su un lettino che aveva inventato Mosè e si chiamava “letto della gestante” e che teneva sollevati i piedi della partoriente. Di conseguenza non spingeva più il nascituro verso l’uscita grazie al suo stesso peso e alla forza di gravità, e le doglie non finivano mai. Poi bisognava far capire che Dio era molto arrabbiato con l’uomo». [pag. 61-62]




«Se voleva che Gesù, che Stefano così dettagliatamente gli aveva fatto conoscere, divenisse il fulcro dell’Impero di Roma, occorreva romanizzare Gesù, impresa difficile.
Così inventò il Cristo, l’Unto del Signore, il figlio di Davide, inventò la Chiesa, inventò i Cristiani». [pag. 82-83]




«E così Paolo, poco alla volta paulatim inizia quel procedimento di divinizzazione dell’Unto del Signore, cioè del suo Cristo romano, salvatore dell’Impero. Gesù, il messia, l’uomo perfetto, il salvatore del mondo, il modello dell’uomo, l’Adam Kadmon, il Dio sulla terra, si sarebbe trasformato nel nostro signore Cristo Gesù, si sarebbe trasformato in un capro espiatorio il cui preziosissimo sangue avrebbe lavato anche i delitti più orrendi, un signore buono e potente, un Kyrios Dominus di tipo ellenistico infarcito di Taurobolia e di culti misterici orientali, traboccante di Sante Pasque, di immolazioni, di propiziazioni, di purificazioni. Bisognava usare molte parole greche. Il Greco sarebbe stato la lingua del Cristianesimo nascente, così come era diventata la lingua ufficiale dell’Impero di Roma. Parole greche roboanti, ma anche molta modestia». [pag. 83-84]




«Così Paolo costruì il suo Cristo che non era più il Messia. Il “gioco” di Paolo era davvero molto utile ai potenti!

Era invenzione, non verità. Quel Cristo non esisteva. La verità era infinitamente più splendente.

Gesù aveva detto: Io sono la Verità. Ma il Cristo era bugia. Però quella bugia era utile a Roma». [pag. 88]



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